ROMA - L’imposta unica per i centri scommesse collegati ai bookmaker esteri senza concessione è incostituzionale. È quanto ha sostenuto Stanleybet nell'udienza in Consulta, durante la quale sono stati discussi i ricorsi rinviati dalla Commissione Tributaria di Rieti.
A disporre il rinvio alla Corte Costituzionale, a fine 2015, erano stati i giudici tributari chiamati a pronunciarsi sulla questione sollevata dalla società britannica. Una controversia nata con la norma inserita nella legge di stabilità 2011, che equipara dal punto di vista fiscale i ctd alle normali agenzie di betting e li assoggetta al pagamento dell’imposta unica sulle scommesse. Secondo la Commissione tributaria, tuttavia, la norma violerebbe il principio della capacità contributiva e quelli di uguaglianza, proporzionalità e ragionevolezza.
Anche nell'udienza di oggi Stanleybet ha rimarcato la differenza tra i centri di trasmissione dati e quelli degli operatori con concessione: il ctd è una ricevitoria che si limita a raccogliere la scommessa e a trasmetterla al bookmaker estero, ricavandone solo la provvigione. Il prelievo violerebbe il dettato costituzionale perché, sostiene Stanley, "colpisce un soggetto che non possiede la capacità contributiva individuata dal legislatore" e che “non ha alcuna possibilità di traslare l’onere su chi la possiede”, ovvero lo scommettitore. LL/Agipro