ROMA - Le ricerche condotte a livello internazionale dimostrano che i meccanismi di limitazione del gioco come il "distanziometro" o limiti orari «non hanno effetto ma inducono semmai uno spostamento verso altri territori o altri tipi di dipendenza». A spiegarlo è stata Valentina Molin, collaboratrice presso il dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’università di Trento, nel corso dell'audizione in Commissione Politiche sociali del Consiglio provinciale sulla proposta di legge di Giorgio Leonardi (Forza Italia) che chiede di modificare la legge del 2015. La norma approvata sei anni fa ha portato, lo scorso 12 agosto, allo spegnimento delle slot che si trovavano a meno di 300 metri dai luoghi sensibili. Secondo Molin è un bene che il ddl Leonardi «punti sulla formazione, perché i corsi alimentano la fiducia e la collaborazione degli operatori e producono risultati concreti nei confronti dei giocatori patologici all’interno dei pubblici esercizi». Secondo Molin «potrebbe rivelarsi utile anche il coinvolgimento di chi lavora in banca e viene a conoscenza di situazioni difficili, come pure con i medici di medicina generale». Tutti attori «che possono fare rete attorno a queste persone e alle loro famiglie, sfruttando il senso di comunità». La prevenzione diventa quindi necessaria «perché il solo proibizionismo ha dimostrato di non funzionare bene in quanto il rischio di spostamento verso altre dipendenze è molto alto». Fondamentale per la prevenzione sono i legami sociali. Chi non ha più apparecchi a portata di mano, ha proseguito la collaboratrice, ha un senso di sollievo, ma i dati del Serd dimostrano che il problema è rimasto anche dopo la rimozione dello slot. RED/Agipro