ROMA - Il procuratore aggiunto Roberto Rossi, che ha coordinato l'inchiesta "Gaming Machine" con la collega Bruna Manganelli, ha evidenziato il «controllo economico assoluto del territorio da parte dei clan che, quando si tratta di soldi, trovano subito un accordo». L'indagine ha accertato, infatti, che «l'intero sistema di gioco apparentemente legale, tra i settori economici più rilevanti del territorio, è in mano alla criminalità. Il dato economico è spaventoso - ha spiegato Rossi - perché il giro d'affari è di centinaia di milioni di euro». Il guadagno per i clan sarebbe stato da un lato il compenso corrisposto dall'imprenditore per aiutarlo ad installare i suoi apparecchi da gioco, fisso (mensile o per ciascuna macchinetta installata, dai 100 ai 500 euro) o come percentuale sulle vincite; dall'altro, la possibilità di riciclare il denaro sporco attraverso attività legali. Agli atti dell'indagine ci sono intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni di dieci collaboratori di giustizia. Gli accertamenti della Guardia di Finanza hanno documentato, con riferimento al reato di usura, prestiti per circa 150mila euro con tassi di interesse fino al 2.000% annuo. Tra i beni sequestrati ci sono 3 sale giochi, 2 aziende, 4 immobili, 5 auto e 205 conti correnti.
RED/Agipro