ROMA - Uno dei punti chiave per capire il match fixing è la dimensione economica per gli attori coinvolti: ad esempio, benché uno degli eventi su cui si scommetta di più al mondo sia la finale della Champions League (solo sul match la stima globale è di 1 miliardi di dollari), è difficile che i “fixer” arrivino a corrompere i giocatori in campo, oltre che per i principi morali, anche per i compensi che percepiscono e che metterebbero a rischio. Più facile - si legge nel report - mettere in campo delle azioni di alterazione puntando sugli stipendi più contenuti degli arbitri, o su match di campionati o sport minori, come dimostrato anche da alcune delle inchieste più recenti sulle truffe sportive. A volte la combine si compie grazie a un aiuto esterno, o quasi, puntando su addetti o dipendenti delle società sportive: emblematico quanto accadde nel 1997 in Premier League, si legge ancora nel report del Think Tank, quando alcuni addetti dei campi di gioco staccarono l’illuminazione per “congelare” i risultati di alcune partite. Nel frattempo l’allerta sul fenomeno è cresciuta: dalle iniziative dei singoli Paesi, a quelle del Consiglio d’Europa, passando agli strumenti di autotutela delle autorità sportive e degli operatori, la partita con i “fixers” è ancora aperta, ma gli strumenti per combatterli sono sempre più raffinati. Collaborazione internazionale e scambio di informazioni tra tutti gli attori coinvolti, oltre a pene certe e severe per chi altera i match, fanno parte della ricetta per arginare il fenomeno che ancora oggi mina la credibilità dello sport e gonfia le tasche dei criminali. (FINE)

PG/Agipro