ROMA - Di parere opposto Stanleybet che, nella memoria depositata dall’avvocato Daniela Agnello, ricorda le richieste di regolarizzazione fiscale da parte del bookmaker, a partire dal 2013, quando il bookmaker e i Monopoli di Stato avevano trovato un accordo transattivo “tombale”, saltato nel giro di poche settimane a causa delle attività di contrasto nei riguardi dei punti scommesse. Dal 30 giugno 2016, giorno di scadenza delle concessioni per le scommesse sportive, Stanleybet sottolinea di aver offerto ad Adm di pagare le imposte, ottenendo una risposta (interlocutoria) dall’Amministrazione solo nel novembre 2018. Secondo l’operatore britannico, la violazione della libera prestazione di servizi avviene in questo caso «attraverso una misura fiscale che ha una portata discriminatoria». In altri casi di imposte non armonizzate a livello comunitario (come è il caso dell’imposta unica), ricorda la compagnia, la stessa Corte impone agli Stati Membri di esercitare la propria competenza nel rispetto del diritto dell’Unione: «Da ciò deriva il generale divieto di emanare norme fiscali che abbiano l’effetto di ostacolare o rendere comunque meno attraente la libera prestazione di servizi». La Stanleybet chiede dunque alla Corte di giudicare «non conforme» al Trattato UE sia la norma italiana che prevede l’imposta per gli intermediari di scommesse per conto di una società con le caratteristiche di Stanleybet sia quella che stabilisce – in solido per gli stessi gestori e per il bookmaker comunitario - una base imponibile forfettaria pari al triplo della raccolta media delle agenzie concessionarie.
NT/Agipro
Imposta per le agenzie estere alla Corte UE, Stanleybet: "A vuoto tentativi di accordo con ADM, misura fiscale discriminatoria"