ROMA - Sul gioco patologico «abbiamo un grande sommerso: a parte i giocatori che presentano chiaramente i segnali della patologia, non abbiamo ancora le dimensioni chiare dei giocatori a rischio, che  però non hanno ancora sviluppato la problematicità». Lo ha detto Roberta Pacifici, direttrice dell’Osservatorio sulle dipendenze dell’Istituto Superiore di Sanità, intervenuta ieri a Todi nel corso del convegno "Non è più un gioco. Prevenzione, contrasto e cura del gioco di azzardo patologico, esperienze e prospettive”. Il gioco patologico va trattato al pari «di tutte le altre dipendenze ma, di fatto, siamo all’anno zero»: non c'è ancora chiarezza «su come trattare la dipendenza da gioco e sul percorso terapeutico da sostenere», che è «ancora frastagliato e disomogeneo», ha spiegato. Il Ministero della Salute «ci ha affidato il compito di fare una mappatura sul territorio»: dai dati raccolti finora nel 62% delle strutture che si occupano di gioco patologico, «si verifica una crescita delle attività di assistenza e cura», ha concluso Pacifici. RED/Agipro