ROMA - L’approccio antiproibizionista nei confronti del gioco «dovrebbe sottintendere una visione culturale, di ampio respiro» secondo cui «determinate abitudini ludiche» che, «se correttamente disciplinate, possono attenuare gli effetti dannosi su chi le pratica». Tale approccio, «ponendo al centro le libertà individuali, dovrebbe risolversi in una semplice formula: legalizzare, regolamentare, controllare, prevenire e soprattutto educare». E' l'analisi dell'avvocato Isabella Rusciano del Centro Studi As.tro. Sul fronte antiproibizionista «si inizia ad intravedere una contraddizione che mina alla radice l’impronta culturale, di matrice liberale/libertaria, che lo ha contraddistinto fin dalle origini. Aumentano infatti le voci - soprattutto in ambito politico - di coloro che, invocando a gran voce la legalizzazione delle droghe leggere, rivendicano l’antiproibizionismo come background culturale», ma «quando si affronta il dibattito relativo al gioco l’unico concetto che, in coro, sono capaci di esprimere è "proibire, proibire e ancora proibire"», spiega. «L’onestà intellettuale imporrebbe invece di considerare in egual misura la preoccupazione per gli eventuali eccessi», continua. «Un simile approccio pone in discussione la stessa possibilità che nell’attuale contesto politico nazionale possa trovare spazio un fronte culturale coerente e credibile in grado di esprimere un approccio liberale, laico, pragmatico. In buona sostanza, un approccio depurato da influenze di matrice ideologica».
RED/Agipro
Giochi, Rusciano (Astro): "Approccio contraddittorio, bisogna prevenire ed educare"