ROMA - La decisione di inibire una specifica attività nelle future "zone bianche", che scatteranno al miglioramento del quadro epidemiologico, «dovrà essere supportata da un’adeguata e rigorosa motivazione, in cui dovranno essere resi evidenti gli elementi istruttori» che avranno portato ad «attribuirle una connaturata "rilevanza dal punto di vista epidemiologico"». Lo spiega l'avvocato Massimo Piozzi del Centro studi As.tro, secondo cui «eventuali propositi discriminatori (sempre in agguato per il settore del gioco) ora non potranno essere facilmente perseguiti, senza adeguate motivazioni relative agli aspetti epidemiologici».
Si tratta di «un punto di svolta rispetto alla strategia che il Governo adottò in occasione delle riaperture che seguirono il primo lockdown», quando «il Governo subordinò l’apertura di alcune attività, tra cui quelle del gioco, a una valutazione delle Regioni». In quell'occasione, «pur trattandosi di una procedura che avrebbe dovuto essere ancorata alla compatibilità delle attività con il quadro epidemiologico nel territorio», la decisione sulla riapertura delle attività di gioco «fu concretamente esercitata dalle Regioni sulla base di mere decisioni discrezionali, ispirate da ragioni politiche», un aspetto «dimostrato dall’assenza di qualsiasi motivazione che giustificasse l’esclusione delle attività di gioco tra quelle per cui veniva di volta in volta consentita la riapertura».
Ora, invece, «va colta con favore la “centralizzazione” di questo passaggio decisionale che consente di evitare, da una parte, di consegnare il destino di migliaia di imprese nelle mani dei singoli Presidenti di Regione o delle Provincie autonome e, dall’altra, di restituire al Governo nazionale l’intera responsabilità del destino di un intero settore economico del Paese, di cui lo Stato è peraltro titolare, con i suoi evidenti risvolti in termini di gettito fiscale e difesa della legalità».
RED/Agipro