ROMA - Il “no” del ministero dell’Economia blocca la legalizzazione delle sale da poker, proposta dal ministero degli Interni nel  “pacchetto” di modifiche da inserire nel decreto giochi previsto dalla legge delega fiscale. Il via libera del Viminale, in ogni caso, sarebbe stato vincolato ad alcune limitazioni stringenti: iscrizione ai tornei non superiore a 50 euro, nessun premio in denaro ma in beni di consumo, no al “rientro” del giocatore dopo l’eliminazione e rilascio di un’autorizzazione delle questure per l’apertura dei locali. L’ultima parola toccherà ora alla politica anche se appare difficile, sostengono fonti vicine al dossier, che l’ipotesi possa trovare spazio nella versione finale del provvedimento. Il Mef, su mandato di Palazzo Chigi, sta approntando un decreto che ha tra i propri obiettivi la riduzione dell’offerta di gioco e apparirebbe quindi incoerente prevedere l’apertura in tutta Italia di centinaia di sale da gioco di poker sportivo. Secondo il Viminale, d’altro canto, il settore vive un’incertezza legale che rende complicato il lavoro delle forze dell’ordine che tentano di stoppare i club frequentati dai pokeristi: diverse sono state – negli ultimi mesi - le decisioni della Corte di Cassazione favorevoli ai circoli di poker sequestrati, nelle quali i giudici di piazza Cavour stabiliscono che nel Texas hold'em l’abilità prevale sull’azzardo e quindi organizzare un torneo non costituisce reato. Per l’Erario, questo è certo, la regolamentazione sarebbe il solito affarone, stimabile in qualche decina di milioni di euro all’anno: secondo gli addetti ai lavori, il giro d’affari del poker “live” nei 3-400 circoli italiani aperti - anche se non autorizzati ufficialmente – sarebbe superiore ai 200 milioni di euro. NT/Agipro