ROMA - La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imprenditore Calogero Jonn Luppino, confermando la confisca di beni nell’ambito di un procedimento di prevenzione (all'interno dell'operazione "Mafia Bet") nei confronti di attività imprenditoriali, compresa la gestione agenzie di scommesse, legata alla criminalità organizzata. Secondo quanto ricostruito dai giudici, l’attività imprenditoriale del ricorrente era inserita in un rapporto stabile con Cosa Nostra, che garantiva protezione alle imprese in cambio di parte dei ricavi. Le somme versate all’organizzazione mafiosa sarebbero state utilizzate anche per il mantenimento delle famiglie dei detenuti e per finanziare l’apertura di ulteriori punti di giochi e scommesse direttamente riconducibili alle famiglie mafiose. La Cassazione ha ritenuto adeguata la ricostruzione della Corte d’appello di Palermo, che aveva evidenziato il ruolo consapevole dell’imprenditore nel sostegno economico all'associazione mafiosa.

Un passaggio specifico, si legge nella sentenza, riguarda inoltre i proventi delle vincite da scommesse indicati dalla difesa tra le fonti lecite di reddito. La Suprema Corte ha ritenuto corretta la decisione dei giudici di merito, che avevano rilevato come questi proventi rientrassero nella "medesima cornice di illiceità" alla base della confisca. La sentenza richiama quindi anche il principio, già affermato in passato dalla Cassazione, secondo cui quando un’attività imprenditoriale cresce con aiuto e protezione di un’associazione mafiosa, non è possibile separare, ai fini della confisca, la componente lecita da quella illecita del patrimonio aziendale.

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